Applicare la legge, non mandare messaggi

carcere

 

Esattamente quello di cui si parlava qui nei commenti: i magistrati non devono lanciare messaggi con le loro decisioni, ma applicare al meglio la legge. Proprio i politici si lamentano di ciò, loro che gridano al conflitto di poteri ogni volta che un magistrato compie un atto giudicato “politico”? Ma almeno un po’ di coerenza.

Complimenti a Luigi Ferrarella per aver detto ciò che nessun altro ha avuto il coraggio di affermare; e se era prevedibile da destra, sentire che a sinistra tutti si siano aggregati al coro di inutili polemiche è solo una delusione.

La custodia cautelare non è affatto l’anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà

È crudele che la politica inganni l’opinione pubblica alimentando nei cittadini l’equivoco alla base delle polemiche sugli arresti domiciliari chiesti dalla Procura di Roma per il violentatore di una ragazza a Capodanno, come se costui l’avesse fatta franca per il solo fatto di essere oggi agli arresti a casa invece che in carcere.

Nell’ordinamento vigente, infatti, la custodia cautelare non è affatto l’anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà per il delitto commesso, non è un antipasto della punizione, non è il modo di risarcire la parte lesa per il male patito e la collettività per l’infrazione alle regole. La punizione per il dolore arrecato alla vittima, la pena equa per il delitto commesso, la sanzione che potrà disattendere le giustificazioni «buoniste» abbozzate dall’indagato (ero drogato, non ero in me, sono pentito), vanno chieste alla sentenza del processo, non adesso, alla carcerazione del giovane. La custodia cautelare in carcere, invece, è solo uno strumento utilizzabile dai magistrati, per un limitato periodo di tempo e se ve ne sia motivo ricavato da specifici elementi, per tutelare la genuinità delle indagini dal pericolo di inquinamento delle prove, per neutralizzare il pericolo che l’indagato fugga, per contenere il rischio che ricommetta il reato.

Tre esigenze cautelari che, nel caso dell’indagato romano (reo confesso, incensurato, facilmente controllabile nell’abitazione dei genitori) il pm ha valutato soddisfatte già dagli arresti in casa in attesa del processo. Soluzione che, ad esempio, potrebbe invece non essere percorribile per un italiano con precedenti penali specifici; o per lo straniero sospettato di uno stupro, che potrebbe restare in carcere a motivo non di un discrimine etnico, ma dell’assenza di un domicilio certo che lascerebbe permanere il pericolo di irreperibilità e quindi di reiterazione del reato. Tutto ciò la politica sa benissimo, ma si guarda bene dallo spiegarlo ai cittadini. Anzi continua a smarrirli e disorientarli, per esempio alimentando l’illusione per cui, se «è la legge sbagliata», allora «la si cambierà» in modo che per reati gravi come lo stupro la carcerazione prima del processo «sia obbligatoria»: è una presa in giro, giacché chi la propone sa bene che la Consulta ha più volte rimarcato che contrasterebbe con i principi costituzionali qualunque norma che stabilisse per alcuni reati l’automatica applicazione della custodia cautelare in carcere, ribadendo invece che in base a quei principi deve essere sempre lasciato al giudice uno spazio di valutazione dell’indagato-concreto nel caso-concreto. Ma l’assurdità e al tempo stesso la contraddizione più clamorose arrivano da quella politica che, negli arresti domiciliari all’indagato per stupro, censura l’assenza di «pene esemplari senza pietà » (come da destra il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna), o si duole che «così passi un messaggio di non gravità dello stupro» (come da sinistra la sua collega del Pd, il ministro-ombra Vittoria Franco).

Assurdo, perché il compito dei magistrati non è lanciare «messaggi» sui «fenomeni», e nemmeno produrre «esemplarità», ma giudicare singole persone in casi concreti. E contraddittorio, perché una magistratura che lanciasse «messaggi», o producesse «esempi», farebbe non il proprio lavoro ma supplenza della politica o della sociologia: cioè proprio quello che la politica critica, e a ragione, quando è la politica a subire quella «messaggistica» o quegli aneliti di «esemplarità» che talvolta affiorano nelle pieghe di provvedimenti giudiziari confusi, sovrabbondanti, sproporzionati. Più utile forse del rituale invio di ispettori ministeriali alla Procura di turno, forse sarebbe dare concretezza ai tante volte annunciati, e altrettante volte rimandati o tenuti a bagnomaria, interventi pratici per velocizzare la celebrazione dei processi. Anche nel caso dello stupro romano, infatti, è su questo terreno che si giudicherà davvero la capacità dello Stato di dare una reale risposta alla ragazza violentata: non sulla manciata in più o in meno di giorni in carcere preventivo per il suo violentatore adesso, ma sulla rapidità di approdare al dibattimento, di celebrarne con le ordinarie garanzie il giudizio, e di assicurare l’effettività della pena definitiva.

(Corriere della Sera, 26/01/09)

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11 risposte a Applicare la legge, non mandare messaggi

  1. teo ha detto:

    Concordo sul fatto che la politica dovrebbe prima di fomentare, spiegare.
    Detto questo, rimane il fatto che è giusto semplicemente ciò che è secondo legge, al di là di qualsiasi valutazione; citando un film candidato all’oscar (frost/nixon) “ma se il fatto è commesso dal presidente degli stati uniti, non è più illegale….”

  2. roy ha detto:

    A quello che scrive Ferrarella si potrebbe aggiungere una considerazione, semplice ed essenziale: il giudice che [non ha lasciato libero quel tizio ma] l’ha recluso ai domiciliari è l’unico che lo ha guardato in faccia, che lo ha interrogato, che ha sentito le sue parole, che ha letto le carte dell’indagine, comprese le dichiarazioni della vittima.
    Tutti gli altri erano al bar (e/o in parlamento) a fare a chi la sparava più grossa.

  3. Ali ha detto:

    Perdonami Roy, ma non capisco cosa vuoi dire con questo.

  4. roy ha detto:

    @Ali: intendo dire, a proposito di inganni, che si parlaparlaparla senza sapere di cosa
    [quesito: sono le 23.29 del 28 gennaio; tu che hai postato cinquantaquattro minuti dopo che ti rispondessi scrivi dall’Ucraina? la netiquette ti esime dal rispondere…]

  5. roy ha detto:

    ora capisco: è Onematch in Ucraina, registra in un altro fuso orario

  6. Mich ha detto:

    Roy, io invece avevo capito la tua risposta a Teo, ma mi sono perso completamente sul seguito! Vabbè
    😀

  7. Ali ha detto:

    Anche io mi sono perso

  8. batta ha detto:

    Bè lasciate perdere gli ultimi 3-4 commenti: in effetti è un problema del sito, ha il fuso orario sbagliato! Ho provato a correggerlo ma non ci poso fare niente.

    Piuttosto, nel merito do ragione a roy: ormai tutti parlano, anche senza avere la benchè minima informazione (nè sui fatti, nè sulle regole).
    Forse è anche questo il motivo per cui ci stiamo lentamente trasformando in un Paese di pazzi, dove si invoca la pena di morte, si tenta di linciare un accusato, si promette giustizia fai da te.

  9. Ali ha detto:

    Il problema è anche che i divulgatori di notizie, ossia i giornalisti, non sono in grado di riportare la realtà nella maniera corretta, è colpa loro se la gente resta nell’ignoranza.

  10. teo ha detto:

    Qui però nessuno ha ancora risposto al quesito fondamentale… il gip di tivoli, per citarne uno, ha preso una decisione giusta?
    Se volete, vi concedo un aiuto, potete scegliere tra:
    – no (risposta impossibile, perchè i giornalisti sono tutti bugiardi, vorrei sapere dunque chi informa coloro che intervengono, e i giudici tutti infallibili)
    – sì, ha applicato la legge.

    A chi propende per la seconda:
    – sei della mia stessa idea, va bene che è giusto ciò che è legale, ma ogni tanto mi domando se il nostro codice non faccia un pò acqua…
    – la legge è giusta
    – la legge va semplicemente applicata, anche se non è giusta

    Date una risposta per una volta tanto. Senza girare troppo intorno.

  11. bat59 ha detto:

    Bella questione Teo, e ben posta.
    I giornalisti sono furbastri.
    Se leggi Libero di oggi viene fatta una deliberata confusione tra i violentatori e i favoreggiatori (cioè i due a cui i violentatori hanno raccontato una loro storia e gli hanno offerto un passaggio in auto).
    Va valutato allo stesso modo chi commette un delitto e chi – senza sapere come sono andate le cose, sia pur potendo immaginarlo – lo aiuta a fuggire?
    In tutto il mondo no, nemmeno in Italia.
    I violentatori sono in carcere, i favoreggiatori agli arresti domiciliari (che non sono “un beneficio” come scrivono i pennaroli ignoranti, ma una costrizione che ti azzera la vita o quasi; e se li violi vai automaticamente in carcere)
    Le leggi dicono che la custodia cautelare non è una punizione; la custodia cautelare in carcere può essere disposta solo quando ogni altra misura non è praticabile; in caso di incensurati può essere disposta solo se si prevede di dover applicare una pena superiore a due anni di reclusione; con semplici calcoli tecnici, per quell’ipotesi di favoreggiamento la legge penale non consentirà di applicare quella pena.
    Ritorniamo al punto di partenza: su quanti giornali sono state spiegate queste semplici cosette?
    A proposito: le regole più restrittive per disporre la custodia in carcere sono state introdotte quando in carcere hanno iniziato ad andare alcuni politici.

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