Diritto ed economia: due idee

foto di rogiro su flickr

 

In questi giorni si teneva il Forum internazionale “Economia e società aperta“, promosso dal Corriere della Sera e dall’università Bocconi, sul tema della globalizzazione.

Ho partecipato ad un paio di incontri e tra le tante riflessioni due in particolare mi hanno colpito.

A proposito di economia, e di come la globalizzazione spinga sempre più lavoratori a spostarsi in Paesi più sviluppati per trovare un impiego: ho sempre pensato ad essi come a una risorsa per noi, data la crescita zero della popolazione e al fatto che farebbero lavori “che gli italiani non vogliono più fare”. Il professor Peter Cappelli, Professore alla Wharton school of management, Pennsylvania, afferma che entrando nel mercato del lavoro abbassano il livello dei salari a quello dei paesi dai quali provengono, provocando un’ulteriore fuga dela manodopera locale da quei lavori. E’ un circolo vizioso. E’ solo una piccola parte del problema, ma è un fenomeno interessante.

A proposito di diritto invece, l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, parlando di come la criminalità organizzata sia un freno per l’economia e lo sviluppo, ha ricordato una cosa molto semplice ma che sembra sfuggire a (quasi) tutti coloro che si cimentano sul tema dei possibili rimedi alla criminalità. Per decidere se compiere un crimine o meno, il delinquente guarda a probabilità di essere scoperto e intensità della pena: ma la componente fondamentale è la prima! Che senso avrebbe preoccuparsi di essere condannato all’ergastolo, se la probabilità di essere arrestato fosse vicina allo zero?

In altre parole: non serve a niente inasprire le pene, come sento dire ormai per qualsiasi cosa, dai writers agli immigrati irregolari; quello che serve è garantire la certezza della pena.

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3 risposte a Diritto ed economia: due idee

  1. teo ha detto:

    certo che la certezza della pena è l’unico rimedio.. ma come averla se continuiamo, davanti a un atroce delitto, a trovare mille attenuanti: l’infermità mentale è richiesta per tutti; la minore età oggi sembra implicare la quasi totale immunità… se i ragazzi sono abbastanza grandi per bere, fumare, andare in tv sono abbastanza grandi anche per la prigione. Prima di invocare diritti, bisogna anche ricordare che ci sono doveri e responsabilità.
    in italia già è difficile far finire in prigione i deliquenti.. ma è quasi impossibile farli rimanere quanto meritano.

  2. bat59 ha detto:

    In questo momento in Italia sono sottoposte ad esecuzione penale (in senso ampio) circa settantamila persone, di cui oltre cinquantamila in carcere (il numero è in costante crescita); i condannati che stanno espiando l’ergastolo sono circa milleduecento; l’incapacità di intendere e volere è riconosciuta in meno dell’uno per cento dei processi; la durata media di un procedimento penale (dal primo giorno di indagine alla sentenza definitiva) è di poco più di tre anni (il che significa, in pratica e facendo le differenze tra complessità dei procedimenti, che se ti prendono ubriaco alla guida, entro sei mesi sarai un pregiudicato e la tua vita e il tuo futuro, di poco o di molto, saranno cambiati)
    La sensazione che provano soprattutto i giovani quando vanno in carcere – e ci restano – non è la rabbia: è lo stupore. Perché, fino a quel momento, quello che hanno pensato è quello che scrive Teo (penso in assoluta buona fede), cioè quello che in maniera martellante blaterano gli organi di informazione, occupandosi all’incirca di un processo su cinquemila (e ovviamente di quello ‘strano’)

  3. teo ha detto:

    Ringrazio per la tua precisazione Bat59, che io avevo a torto ignorato nel mio intervento: la piena o parziale infermità mentale è una delle prime attenuanti cercate ma per fortuna come hai giustamente ricordato è quasi mai riconosciuta.
    Precisione e sincerità sono inscindibili.

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