Sequestri di serie B

 

Il 3 maggio era la Giornata mondiale per la libertà di stampa, per ricordare i tanti giornalisti uccisi o imprigionati, i tanti reporter che rischiano la vita ogni giorno, in tutto il mondo, per difendere il loro diritto di raccontare le notizie. Quello si che sarebbe stato il giorno adatto per una manifestazione a favore della libertà dell’informazione.

Ma sembra che noi (e non solo italiani) ci ricordiamo delle cose solo quando ci toccano da vicino: e quindi ci indignamo, protestiamo, lottiamo e preghiamo quando rapiscono un giornalista del nostro Paese. Gridiamo il nostro orrore ed il nostro disprezzo per i terroristi, barbari, criminali che fanno questo ad un nostro concittadino. Ci rallegriamo quando viene liberato, e lo accogliamo in Patria con tutti gli onori del caso.

Ma voi avete per caso sentito che il 1 maggio è stato liberato, dopo 6 anni di prigionia, un cameraman della televisione araba Al-Jazeera, Sami Al Haj? Nessuno in Occidente si era preoccupato della sua sorte, tranne le solite organizzazioni come Amnesty International e Reporter sans frontieres.

Il giornalista fu rapito nel dicembre 2001 in Pakistan, poi portato a Bagram, in Afghanistan. Li passò “i sedici giorni peggiori”della sua vita: rinchiuso in una gabbia all’aperto, torturato e minacciato. Da lì fu trasferito di nuovo, questa volta a Kandahar, nel sud del Paese. Lì i maltrattamenti continuarono: gli furono strappati i capelli e la barba, fu molestato sessualmente e percosso, e non gli fu addirittura permesso di lavarsi per 100 giorni, affinchè i pidocchi lo tormentassero nei momenti di pausa degli aguzzini.

A giugno 2002, Sami venne trasferito in un luogo segreto fuori dall’Afghanistan, dove fu torturato ancora con percosse, privazione del sonno; gli fu fratturato un ginocchio e durante i maltrattamenti gli venne inferta una profonda ferita al viso, ricucita poi malamente e senza anestesia.

Perchè di lui non si sa nulla? Forse perchè i suoi rapitori non si sono fatti pubblicità, magari con un bel video? Forse perchè era l’inviato di una televisione un po’ scomoda e ritenuta inaffidabile come Al-Jazeera? Forse perchè è originario del Sudan, considerato uno stato-canaglia?

Forse è perchè i suoi rapitori non portavano la Kefia e non brandivano coltellacci, ma indossavano l’uniforme dell’esercito degli Stati Uniti. E il luogo dove è stato rinchiuso per 6 anni era Guantanamo, non una grotta afghana. Mica si può dare dei barbari e terroristi agli alleati americani, impegnati ed esportare la democrazia.

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13 risposte a Sequestri di serie B

  1. vitt80 ha detto:

    non conoscevo questa storia. grazie per averla raccontata.
    p.s.
    a quanto ho appreso seguendo il vivace dibattito che anima questo blog, ho infranto la netiquette con il mio commento troppo lungo. me ne scuso.

  2. batta ha detto:

    non sei tu ad averla infranta non ti preoccupare…
    🙂

  3. savomacario ha detto:

    OT: onestamente, vitt80 – dì la verità – non credi che ultimamente ci siano stati commenti troppo lunghi?
    Impossibile seguire il filo del discorso, tenere il passo di tutti i post, o sbaglio?
    Ad ogni modo, la netiquette qui è stata infranta con gli insulti gratuiti, mi sa che sei perso gli ultimi passaggi… Vedi allora che certi commenti sono veramente troppo lunghi e pieni di inutili latinismi, citazioni a vanvera e insulti, mentre deficitano di contenuti?

    Ma se sbaglio io ascolto le critiche, mica mi chiamo mfp.

  4. batta ha detto:

    non riapriamo la polemica anche qui Savo! ormai per quella c’è il post su Grillo! 🙂

    Qui si parla di una cosa seria, purtroppo…

  5. savomacario ha detto:

    La democrazia è come la fede o l’amore. Non si può imporre con la forza.
    Questo è secondo me l’errore degli Stati Uniti.

    Ad ogni modo, mi sembra che tu abbia tralasciato un particolare fondamentale: se è stato imprigionato, mi piace credere che ci sia stato un motivo.
    Quanto alle torture… be’ sicuramente a Guantanamo non hanno un loro codice d’onore, ma se mi concedi un cliché, in guerra tutto è lecito. Non dico sia giusto, ma credo sia la verità.

    Quanto ai giornalisti italiani o ai missionari… Io credo che debbano capire che vanno in guerra dopotutto, guerra vera, non Call of Duty. Dovrebbero capire che rischiano la vita, e che non è giusto che poi implorino l’intervento dello Stato per essere tirati fuori dai guai.
    Se vai in guerra, sii pronto a morire. Altrimenti rimani a casa ed evita che il tuo Paese sia costretto a pagare ingenti riscatti finanziando i terroristi.
    (ovviamente sono a favore dei blitz per liberarli, ma questi non sono la norma)

  6. vitt80 ha detto:

    sì, ritengo ci siano stati commenti lunghi, come il mio, per questo mi sono scusata.
    concordo tuttavia con il nostro gentile (e sempre pacato) blogger: adesso si sta parlando di altro, di un argomento ben più serio.
    penso che batt non volesse sindacare né l’opportunità della scelta del reporter che è andato in una situazione di conflitto, né la filosofia USA della democrazia da esportare né i metodi dei carcerieri di Guantanamo: il problema che si stava cercando di porre in evidenza (mi pare di capire) riguarda il fatto che la notizia, dal punto di vista dei nostri media, spesso non è costituita dal fatto che ci sia un prigioniero, ma dalla nazionalità del prigioniero stesso.
    questo significa, sicuramente, rappresentare gli avvenimenti in maniera non completa né corretta.
    su questo, non posso che concordare con il nostro gentile ospite.

  7. savomacario ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo con te, vitt80.
    D’altra parte è abbastanza comprensibile il fatto che la notizia non trovi spazio sui media tradizionali…
    Dobbiamo quindi ritenerci fortunati che dei bravi blogger come batta ci ricordino anche questi avvenimenti che passerebbero altrimenti inosservati.

  8. *LiSa* ha detto:

    Fa davvero rabbrividire pensare che accadano cose del genere in un paese che viene considerato “libero”.
    Per come la penso io, nessun uomo, per quanto possa aver commesso atrocità, merita di essere torturato, proprio in nome della sua umanità.
    Per quanto riguarda i media, io sono una di quelli che crede che si siano venuti al miglior offerente e questi sono i risultati… (con i dovuti distinguo).
    Grazie a Batta di fare informazione vera!

  9. Mich ha detto:

    Davvero un bell’articolo, Batta. Fa pensare.
    Tuttavia sono d’accordo con quanto dice Savo (non lo “quoto”, non sia mai, sarebbe superficiale) ovvero: siamo di fronte a un caso drammatico, un caso di tortura, ma credo che nessuno, nemmeno il peggiore dei talebani la applichi SISTEMATICAMENTE per puro sadismo (piccola parentesi, AlQuaeda ha in un certo senso standardizzato i suoi metodi di tortura: http://www.foxnews.com/photoessay/0,4644,1783,00.html

    E’ qualcosa di inumano, ma, in questo caso, perchè si è agito così? Con un giornalista, pergiunta? O forse Guantanamo ha bisogno di una regolata, perchè magari qualcuno si è fatto prendere la mano, come successe per un periodo ad Abu Grahib (non ritenete che voglia sminuire certi vergognosi comportamenti, sia chiaro)… ma per ben SEI anni? Mi pare ovvio che ci manca ancora qualche elemento prima di poter capire bene la faccenda e liquidarla pensando “bastardi yankees”

    Comunque, grazie di averne parlato.

  10. Mich ha detto:

    Non avevo letto bene il messaggio di Vitt80, chiedo scusa, è che avevo iniziato a rispondere in fretta, diciamo “stimolato” dal finale dell’articolo di Batta 🙂

    E in effetti la questione riguarda proprio l’informazione; su questo direi che non ho una posizione estremamente critica come la sempre educata Lisa, ma davvero c’è un problema, che forse sta a monte dei telegiornali nazionali, ma che comunque denota l’importanza del business nell’informazione..per ora sono ancora restio a vederci interessi più loschi dei soldi, ma l’insieme di questa faccenda non mi fa ben pensare.

  11. batta ha detto:

    In effetti è giusto quello che dice Savo: qualcosa avrà pur fatto. Mi scuso per non averlo scritto nel post ma quando scrivo mi passano per la testa tante cose e poi solo una parte viene scritta!

    Sami era sospettato di collaborare con Al-Quaeda, di aver intervistato segretamente Osama Bin Laden e di avere un sito pro-fondamentalismo inslamico.
    Non è MAI stato accusato formalmente di qualcosa.

    Non voglio pensare sempre ai soliti “bastardi yankees”, ma non si può negare che a volte prima di andare a giudicare gli altri dovremmo guardare un po’ in casa nostra.

  12. Mich ha detto:

    grazie della precisazione, Batta.
    La cosa che mi lascia spesso perplesso è l’accusa di collaborazione con Al-Qaeda(o come accidenti si scrive) voglio dire, mi sembra un po’ vaga, almeno nei confronti di un giornalista. Personalmente non mi scandalizza per principio l’uso di certi trattamenti a chi, materialmente, è coinvolto in atti di terrorismo (evitando la tortura in sè, ovvio) ma un giornalista..sarebbe così produttivo un processo vero, sotto gli occhi di tutti, portando le prove della sua colpevolezza (sito fondamentalista e quant’altro ci dovesse essere) piuttosto che fomentare così ulteriore odio, creando un vero e proprio martire..non mi pare proprio furbo da parte degli USA.

  13. bat59 ha detto:

    Il punto di partenza e di arrivo per un minimo di civiltà è quello dettato dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo (credo che oggi il valore aggiunto dell’Europa nel mondo sia la tutela vera dei diritti dell’uomo e la possibilità di vivere in pace e libertà): “ogni persona arrestata deve essere informata nel più breve tempo e in una lingua a lei comprensibile dei motivi dell’arresto e degli addebiti contestati”
    “ogni persona arrestata o detenuta […] deve essere al più presto condotta davanti ad un giudice”.
    Proprio quello che manca tragicamente a Guantanamo. Venir meno a quei principi (cioè: non sono i militari o le polizie a decidere della libertà, ma la giurisdizione; è il diritto applicato, non la forza) apre immediatamente la strada ai campi di concentrameno e alla tortura.
    Nella storia è invariabilmente stato così.
    “Vivere nel terrore, questo vuol dire essere uno schiavo”. E’ una frase di Blade Runner.
    E quando si percorre quella strada, quando qualcuno prova il gusto di renderci schiavi, non sono solo “gli altri” che possono finire in campo di concentramento. Sei tu.

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