Capre pazze

veltroni

 

Mettere in discussione la leadership di Veltroni all’interno del PD in questo momento sarebbe una follia. Farebbe sprofondare il partito in una crisi nera, proprio nel momento in cui dovrebbe essere più unito per affrontare la difficile stagione che si prospetta.

Eppure c’è questa possibilità: come direbbe Massimo Cacciari, il centrosinistra è pieno di “capre pazze” che potrebbero mettere in discussione la guida del partito sull’onda emotiva della sconfitta elettorale. Ma come ho già detto, il progetto politico di Veltroni non va giudicato sul breve periodo: era francamente molto difficile recuperare in così poco tempo lo svantaggio. Si sono però poste le basi per la creazione di una sinistra riformista, un partito di governo che l’Italia non ha mai avuto. Questo processo deve continuare con la famosa radicazione sul territorio e probabilmente verrà convocato in anticipo il congresso del partito per pianificarla.

Non dimentichiamo infine i milioni di cittadini che hanno votato per le primarie del Pd, e che hanno legittimato Veltroni come leader del partito. Da qui deve ripartire per continuare sulla strada che ha cominciato a tracciare.

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6 risposte a Capre pazze

  1. savomacario ha detto:

    Ah sì? E quando sarebbe, di grazia, il tempo che il PD trovi un altro leader? Quando si ripeterà la pagliacciata Made In U.S.A. delle primarie? Tra 5 anni, prima delle prossime elezioni?
    Così ripeteranno gli errori del 2008, di arrivare con un partito raffazzonato (che bella parola, mi fa venire in mente la vela di una zattera 😉 – e d’altronde dopo la sconfitta romana il centrosinistra è proprio alla deriva…) all’ultimo momento, in cui chi ha perso le primarie non ha ancora sbollito la rabbia per l’ “umiliazione” subita e di certo non parteciperà attivamente alla costruzione del partito che sarà.
    Verrebbe da dire: sai che peccato…

  2. batta ha detto:

    Non dovrebbe essere messo in discussione ora, nè tantomeno prima delle prossime elezioni! E non credo che succederà.

  3. bat59 ha detto:

    piccolo paradosso: il PD è per collocazione (nessuno a sinistra) e dimensioni (34%) identico al PCI dell’inizio Anni ’80; la chiave della forza di quel partito era l’essere “diversi” dal resto della politica; ora vale essere “uguali”? o “diversi”? e la domanda vera è “diversi” come? in economia, etica, abbigliamento, vicinanza ai cittadini, lontananza dalla ggente di televisiva deformazione, comportamenti?

  4. vitt80 ha detto:

    in questo momento, penso che l’ultima cosa che il Pd dovrebbe fare sia perdere tempo ed energie in estenuanti (e logoranti) discussioni su chi debba comandare.
    comprendo il fascino che questo tema possa esercitare, ma, da elettrice perennemente scettica e costituzionalmente disillusa, penso che bisognerebbe interrogarsi non su CHI comanda, ma piuttosto su COME si gestiscono le cose.
    per intenderci, sarebbe il caso di chiarire, a se stessi ed al proprio elettorato, come si prendono le decisioni, quali sono le linee guida del dibattito all’interno del partito, che idea si ha in mente di concretizzare e, sopratutto, in cosa ci si vuole differenziare dal prossimo. penso che queste questioni siano importanti, perché possono davvero fare la differenza tra il vecchio modo di fare politica ed un approccio nuovo, che ritengo opportuno adottare.
    non mi pare che il Pd stia investendo tempo e risorse in tutto questo, e penso che questo sia il vero impasse nel quale il partito si trova.
    tento di spiegarmi con un esempio: le primarie prima e le elezioni amministrative a Roma poi, che sono state illuminanti per tutti (tranne che per coloro i quali non hanno voluto capire il vero significato del voto dei miei concittadini).
    ritengo che le primarie siano state un’apprezzabilissima iniziativa, dal punto di vista concettuale. peccato che, ai miei occhi, siano apparse più come un tentativo di legittimare ex post una scelta già maturata in altre sedi (era già stato ampiamente deciso che il capo del nuovo partito dovesse essere Veltroni) che non un esercizio di democrazia. si tratta, a mio avviso, di un’opinione suffragata non tanto e non solo dal consenso “bulgaro” che ha ottenuto Veltroni (ragionevolmente influenzato dallo scarsissimo spazio che è stato concesso agli altri candidati in “campagnia elettorale”), quanto dalla chiara percezione che il capo designando avesse già iniziato ad operare (maliziosamente penso alla sua notevole esposizione mediatica in tempi non sospetti) ben prima dell’investitura popolare.
    da questo punto di vista, le primarie, pur rappresentato una nobile iniziativa dal punto di vista teorico, non mi sono parse il massimo dell’onestà intellettuale, per come sono state condotte.
    il vero modus operandi del “nuovo” partito, tuttavia, penso sia emerso non tanto nelle consultazioni che hanno incoronato Veltroni, quanto nelle modalità con cui è stato scelto il candidato Sindaco alle elezioni di Roma. quello sì, che mi è parso un episodio esemplificativo, e proprio su questi atteggiamenti penso ci sia da riflettere, se non vogliamo che il Pd faccia una magra fine. quello sì che ha dato davvero fastidio.
    la candidatura di Rutelli è stata letteralmente imposta dall’alto, senza alcun confronto dialettico non solo all’interno, ma anche all’esterno del partito con i suoi elettori, all’esito di intimissime riunioni di partito celebrate nel loft del Pd e seguendo un copione assolutamente trito: il copione della spartizione delle poltrone.
    che ha previsto per ciascuno un ruolo ben preciso, ed ha funzionato più come un ufficio del collocamento di lusso che non come un tentativo di pianificare realmente le mosse del partito.
    a Rutelli, candidato in totale spregio delle preferenze degli elettori (che difatti gli hanno voltato le spalle) è stata “assegnata” la poltrona del Campidoglio, o, nel caso di sconfitta elettorale, una poltrona a Palazzo Madama (quella che adesso occupa).
    questo significa decidere CHI debba andare ad occupare QUALE posto, ma non significa cercare di intepretare i desideri e gli umori dell’elettorato, né tantomento condurre una seria discussione sulle linee guida alle quali improntare la futura azione del partito. nessuno si è chiesto cosa volessero gli elettori del partito, ci si è solo chiesti come “sistemare” i propri esponenti. non mi pare una politica vincente, e non lo è stata.
    Rutelli è stato candidato per decisione di una ristrettissima élite che non si è assolutamente curata di chiedersi se l’ex Sindasco fosse o meno la persona giusta da candidare in questo momento ed in questa città, e se i romani gradissero o meno il suo ritorno. questa stessa élite, che oggi si piange addosso, dice di aver perso sul tema della sicurezza: così facendo, dimostra, ancora una volta, di essere distante dal proprio elettorato (e dal proprio ex-elettorato), di non capire che i romani semplicemente hanno votato CONTRO la persona di Rutelli, e non contro il Partito (altrimenti non si spiegherebbe il successo di Zingaretti) e che, banalmente, moltissimi cittadini (me compresa, che alle amministrative non ho votato né al primo turno né al ballottaggio) sono stati sopraffatti dal disgusto di questa ennesima espressione di arroganza partitocratica, da questa decisione che ha tentato di imporre dall’alto un Sindaco non gradito e che nel 2001, sempre per ragioni di giochi di poltrone, in men che non si dica, nonostante avesse ricevuto un mandato elettorale, si è dimesso, così provocando lo scioglimento del Consiglio e tutti i disagi del caso (tutti sopportati dai romani), ma sopratutto dimostrando di non avere assolutamente a cuore il progetto politico che diceva di voler realizzare in città. non sono atteggiamenti che si dimenticano e non si può sperare che chi si comporta in questo modo sia in grado, pochi anni dopo, di riconquistare la fiducia dell’elettorato.
    come se non bastasse, Rutelli NON ha fatto alcuna campagna elettorale in città in vista delle ultime elezioni amministrative, così dimostrando di dare per scontata la sua rielezione. anche questo a Roma ha dato molto fastidio.
    il silenzio suo e del partito, da questo punto di vista, è stato assordante. che mi consti, è stato rotto solo da un paio di comparsate in tv e dal suono della banda, gentilmente offerta dal partito, che, in prossimità del ballottaggio, sotto casa mia a Cinecittà ha riproposto i più vecchi metodi di campagna elettorale da paesino del Sud anni 50: offro uno spettacolo in piazza qualche giorno prima delle elezioni e poi chi s’è visto s’è visto.
    uscendo dalla questione locale, vorrei rimarcare il significato di questo approccio politico (perdente in tutto e per tutto): se a livello locale il Pd ha dato per scontato, letteralmente, che Roma fosse SUA, ed ha agito di conseguenza, a livello nazionale ho l’impressione che il nuovo soggetto politico stia conducendo un’operazione di facciata, che non affronta in maniera nuova e convincente i temi che interessano gli elettori e non prende posizioni nette, presentandosi come un eterno compromesso raggiunto per non scontentare nessuno. sopratutto, mi sembra che, nell’ultima tornata elettorale, il Pd abbia semplicemente riproposto un modo di fare politica VECCHIO (del quale le elezioni amministrative a Roma hanno fornito un esempio illuminante), che ha stufato e che non lo legittima ad esistere.
    un modo di fare politica che si concentra sulla spartizione dei posti di potere e cerca di mediare tra posizioni diverse, senza però avere il coraggio di scegliere, di affermare una propria identità e di PORSI IN MANIERA NUOVA.
    un modo di fare politica che prevede decisioni prese dall’alto, in situazioni e contesti distanti dalle richieste dell’elettorato, con metodi da baroni universitari e con miopia.
    il Pd non deve starsi a scervellare su questioni di leadership (che non penso interessino molto all’uomo della strada), deve offrire un volto nuovo, di un partito che ha un’idea della società e vuole concretizzarla, e non solo sistemare amici e dirigenti in posti di prestigio. mi rendo conto che queste considerazioni sembrano qualunquiste, ma mi stanno molto a cuore visto quello che è successo qui a Roma ultimamente. non sono dettagli.
    il Pd deve rendere i suoi meccanismi decisionali trasparenti, deve dare la priorità alle idee e deve ASCOLTARE, non solo i pochi accoliti che ne costituiscono la classe dirigente e che non hanno idea di cosa succeda fuori dai Parioli, ma sopratutto la propria base, che si sente spaesata quando capisce che il partito viene gestito con un approccio clientelare e vecchio, privo di coraggio.
    sopratutto, il Pd deve offrire un’alternativa: concentrandosi sulla spartizione di poltrone, non ci si presenta diversi dagli altri, dunque non si offre alcuna ragione valida per venire preferiti a quelli che si finge di contestare, ma che in realtà si imitano.
    il Pd dovrebbe capire che, se vuole avere una credibilità ed un futuro, deve smetterla di sedersi sugli allori delle tradizioni dei partiti da cui promana e deve assolutamente abbandonare collanti datati: deve offrire un’alternativa. in termini di meccanismi decisionali (che devono assolutamente uscire dal loft e contaminare altre sedi), deve puntare sul ricambio (non solo di volti, ma in primo luogo di idee) e deve dare un esempio nuovo, diverso. a mio avviso, se si vuole essere una forza riformista, è il primo passo da fare, perché non può ragionevolmente dirsi riformista una forza che abbia un’approccio vecchio anche solo alle proprie problematiche interne.
    finché questo non verrà fatto, chiunque sarà alla guida del Pd non credo riuscirà a fare più di tanto.
    non bisogna tanto cambiare CHI fa politica, ma il MODO in cui la si fa.
    quando l’elettorato avrà la percezione che l’interesse per la propria sorte viene prima dell’interesse per la poltrona e per i giochi di potere, forse allora verrà offerto un volto nuovo, che sarà in grado di affascinare molti.
    prima di allora, percentuale più percentuale meno, non si farà altro che offrire sempre il solito, mesto siparietto della politica intesa come affare privato.
    temo che non sarà questo a risollevare le sorti del partito.

  5. batta ha detto:

    Grazie per il tuo commento vitt80!

    Sono d’accordo con te nel dire che bisogna cambiare il MODO di fare politica. I nuovi volti sono funzionali al raggiungimento di questo scopo: se portano una nuova mentalità ben vengano, ma se vengono candidati ed eletti solo per fare bella figura e poi diventano uno strumento nelle mani del partito, che impone loro una linea di condotta, allora non ci siamo proprio.

    Perchè nessuno paga mai per i propri errori? Non mi riferisco a Veltroni, del resto ho espresso la mia idea nel post, ma per esempio a Rutelli, che come hai ricordato ha trovato un posto in Senato pur essendo stato travolto a Roma. Ma come lui molti altri, che non si assumono mai la responsabilità politica degli insuccessi.

  6. vitt80 ha detto:

    prego, è un piacere.
    riguardo al fatto che nessuno si assuma mai la responsabilità dei propri errori, penso sia un problema tipicamente italiano, che non riguarda solo la politica ma, più in generale, il fatto che chi conquista posizioni di potere non le molla più.
    la colpa di questo forse non è tutta solo dei personaggi saldati alle poltrone, ma anche di noi sciocchi italiani, dalla memoria corta e sempre pronti a ridare fiducia a chi l’ha già tradita.
    infine, per quanto riguarda i volti nuovi, temo che le tue paure siano più che fondate.
    speriamo che le Signorine Madia & Co. mi smentiscano.

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