John, Barack, Fannie, Freddie e i fratelli Lehman

 

Stiamo assistendo alla fine di un’epoca: l’epoca del liberismo selvaggio, e della ricerca spasmodica del profitto, e solo di quello.

Prima la crisi dei mutui subprime: attirati dal guadagno immediato e relativamente facile, le banche americane hanno continuato per anni a concedere mutui praticamente a chiunque ne facesse richiesta, anche a soggetti considerati poco affidabili e senza un’adeguata garanzia. E così, quando migliaia di persone non sono state più in grado di pagare le rate del mutuo, come in una reazione a catena le banche hanno cominciato ad andare in difficoltà una dopo l’altra.

Ma il Presidente Bush continuava a ripetere che l’economia americana era solida.

Ora è in crisi il modello delle banche d’affari: già il nome stesso dovrebbe indurre alla prudenza. Create appunto per inseguire il profitto e non gli interessi dei risparmiatori, questi istituti si lanciavano nelle operazioni finanziarie più spericolate. I famosi derivati per esempio (ma non demonizziamoli in blocco, non tutti sono costruiti per fregarti!), e le vendite allo scoperto. Questa cosa io davvero faccio fatica a capirla: vendo un titolo che non possiedo, con l’impegno di acquistarlo da terzi e cederlo all’acquirente entro una certa data. Vendo una cosa che non ho. Se chiunque di noi entrasse in una banca e dicesse che vuole fare una cosa del genere, credo che gli riderebbero in faccia.

Ora il Presidente Bush dice che siamo di fronte a una grave crisi. Si programma un intervento da 700 miliardi di dollari (una cifra mai vista), e qualcuno si chiede perchè i contribuenti debbano subire tutti i danni di questa dissennata politica (c’è anche chi pensa a quante cose si potrebbero fare con tutti questi soldi…). Purtroppo in questo momento il salvataggio è indispensabile per non far crollare davvero tutta l’economia, ma è certo che l’intervento arriva troppo tardi (sempre dopo i danni).

Anche la campagna elettorale americana è influenzata dalla crisi: i candidati sono stati convocati alla casa Bianca per discutere del piano, che deve essere appoggiato da tutti. McCain addirittura propone di sospendere la campagna, ma sembra tanto una scusa per evitare il faccia a faccia con Obama previsto per domani. E’ proprio nei momenti di crisi che i candidati dovrebbero dimostrare le loro qualità di leadership, parlando alla gente. Poi il candidato repubblicano viene beccato con le mani nella marmellata: disdice la sua partecipazione al David Letterman Show, dice lui perchè deve correre a Washington a causa della crisi. Ma viene smascherato dal conduttore, che ci mostra le sue immagini in diretta in uno studio televisivo poco distante.

 

La fine di un’epoca, dicevo: speriamo che sia l’inizio di un’epoca nuova, dove agli interessi dei soli shareholders (azionisti) finora perseguiti, vengano anteposti gli interessi degli stakeholders (portatori di interessi), quella categoria più ampia di persone interessate al buon andamento di un’impresa, e non al mero profitto. Lavoratori, dirigenti, fornitori, clienti e azionisti.

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5 risposte a John, Barack, Fannie, Freddie e i fratelli Lehman

  1. wowbagger42 ha detto:

    Veramente il tuo discorso è un po’ semplicistico: gli interessi degli azionisti non sono mai gli interessi della proprietà.
    D’altronde vogliono cose diverse: i primi il guadagno immediato, i secondi il guadagno e il benessere futuro.
    E poi ci sono gli interessi del management…

  2. petronio ha detto:

    Mio padre, che faceva il commercialista, mi diceva di non capire la cosiddetta “new economy”. Per lui l’economia era qualcosa di concreto: l’azienda, la produzione, il bilancio, i lavoratori. La speculazione – lui pensava – non è economia: è – appunto – solo speculazione e pertanto qualcosa di parassitario. Non posso non trovarmi d’accordo. Peraltro, la volontà di ottenere facili guadagni sul nulla (anzi, sulla pelle degli altri) è qualcosa – a mio giudizio – di sbagliato in radice, che nasce da un’insana brama di possesso e di consumo. La quale brama è sobillata dal sistema e dal modo contemporaneo di concepire la società e la vita. Pur semplicisticamente (e utopisticamente), mi augurerei che questi gravi episodi di crisi potessero favorire una virata “socialista” del modo di pensare dei cittadini, che potrebbe partire (simbolicamente) dalla negazione dell’invalsa equazione: benessere del paese = aumento del p.i.l.

  3. batta ha detto:

    wow (posso chiamarti così, per abbreviare?) da quando gli azionisti non sono proprietari?

    E grazie Petronio, le tue parole mi fanno ricordare il famoso discorso di Kennedy (Robert) del lontano 1968, ma ancora attuale.

    “Il PIL misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta”

  4. wowbagger42 ha detto:

    Puoi possedere azioni fiat per svariati motivi e scopi e considerarti proprietario dell’azienda, ma difficilmente avrai gli stessi obiettivi della famiglia che la governa.

  5. roy ha detto:

    Forse abbiamo perso l’abitudine all’azionariato diffuso, e a considerare un modello (anche eticamente) superiore quello della società per azioni indirizzata alla produzione di beni o servizi, ben gestita dal management, di proprietà di un buon numero di azionisti che ne condividono i risultati, senza famiglie proprietarie e senza maghi della finanza creativa

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