“La svalutazione dell’opera e della funzione dei giuristi coincide sempre, nella storia, con la decadenza del pensiero civile e con l’oscuramento delle libertà politiche: quando il metodo dei giuristi è ridotto a una casistica fredda sterile, indegna del nome di scienza, e lo studio del diritto a un imparaticcio molesto delle norme di leggi vigenti, la società, di regola, o esce da una crisi o sta per entrarvi.
Il regime dispotico – sia pure quello di Bonaparte – chiede alle sue scuole che gli preparin dei giuristi che siano esecutori e non critici, che applichino le leggi, non le giudichino.”
Angelo Sraffa, “La riforma della legislazione commerciale e la funzione dei giuristi”, su Rivista di diritto commerciale, 1913
Questa riflessione sul ruolo dei giuristi e del diritto nella società (sulla quale riflettevo da un po’), le teorie sui rapporti tra il potere politico e quello giudiziario, e tutte le convinzioni che secoli di cultura giuridica moderna ci hanno lasciato, mi pare che si sbriciolino all’istante di fronte alla notizia di una cena durante la quale, allo stesso tavolo, siedevano chi è (sostanzialmente, anche se non formalmente) imputato, e alcuni dei giudici che dovranno decidere del suo destino; tra questi in particolare Luigi Mazzella, giudice della Corte Costituzionale eletto dal Parlamento nel 2005, già Ministro nel Governo Berlusconi tra il 2002 e il 2004.
Poi si può anche sostenere la più assoluta buonafede dei protagonisti, si può invocare il diritto a incontrare chi si vuole, si può perfino sostenere, come ha fatto Elio Vito rispondendo ad una interrogazione parlamentare, che in quella cena “non si è parlato di lodo Alfano”. Certo è che solo qui possono succedere queste cose, e fanno pensare.










