17 Maggio 2008

Trovare un nemico

 

Sento il bisogno di riportare alcuni passaggi di un articolo di Umberto Eco su Repubblica di venerdì 16 maggio; nonostante sia un po’ lungo, credo che meriti di essere letto per gli spunti di riflessione che può offrire.

“Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione, e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo, gli ho detto dall’ Italia, mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l’inglese. Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio «prego?» ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine, e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l’ultima guerra l’ abbiamo fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l’altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro. Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popolo che non ha nemici? Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. Non hanno nemici esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d’ accordo per stabilire quali siano, perché sono continuamente in guerra tra di loro.

[...] Pisa contro Livorno, Guelfi contro Ghibellini, nordisti contro sudisti, fascisti contro partigiani, mafia contro stato, governo contro magistratura - e peccato che all’ epoca non ci fosse ancora stata la caduta del secondo governo Prodi altrimenti avrei potuto spiegargli meglio cosa significa perdere una guerra per colpa del fuoco amico. Però, riflettendo meglio su quell’ episodio, mi sono convinto che una delle disgrazie del nostro paese, negli ultimi sessant’ anni, è stata proprio di non avere avuto veri nemici. [...] Si veda che cosa è accaduto agli Stati Uniti quando è scomparso l’ Impero del Male e il grande nemico sovietico si è dissolto. Rischiavano il tracollo della loro identità sino a che Bin Laden, memore dei benefici ricevuti quando veniva aiutato contro l’ Unione Sovietica, ha porto agli Stati Uniti la sua mano misericordiosa e ha fornito a Bush l’occasione di creare nuovi nemici rinsaldando il sentimento d’ identità nazionale, e il suo potere. Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’ affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo.

[...] L’etica è dunque impotente di fronte al bisogno ancestrale di avere nemici? Direi che l’istanza etica sopravviene non quando si finge che non ci siano nemici, bensì quando si cerca di capirli, di mettersi nei loro panni. Non c’ è in Eschilo un astio verso i persiani, la cui tragedia egli vive tra loro e dal loro punto di vista. Cesare tratta i Galli con molto rispetto, al massimo li fa apparire un poco piagnoni ogni volta che si arrendono, e Tacito ammira i germani. [...] Ma siamo realisti. Queste forme di comprensione del nemico sono proprie dei poeti, dei santi, o dei traditori. Le nostre pulsioni più profonde sono di ben altro ordine.

[...] Le recenti elezioni ci hanno mostrato quanto può la paura dei nuovi flussi migratori. Allargando a una intera etnia le caratteristiche di alcuni suoi membri che vivono in una situazione di marginalizzazione, si sta oggi costruendo in Italia l’ immagine del nemico rumeno, capro espiatorio ideale per una società che, travolta in un processo di trasformazione anche etnica, non riesce più a riconoscersi.”

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14 Maggio 2008

Diritto ed economia: due idee

foto di rogiro su flickr

 

In questi giorni si teneva il Forum internazionale “Economia e società aperta“, promosso dal Corriere della Sera e dall’università Bocconi, sul tema della globalizzazione.

Ho partecipato ad un paio di incontri e tra le tante riflessioni due in particolare mi hanno colpito.

A proposito di economia, e di come la globalizzazione spinga sempre più lavoratori a spostarsi in Paesi più sviluppati per trovare un impiego: ho sempre pensato ad essi come a una risorsa per noi, data la crescita zero della popolazione e al fatto che farebbero lavori “che gli italiani non vogliono più fare”. Il professor Peter Cappelli, Professore alla Wharton school of management, Pennsylvania, afferma che entrando nel mercato del lavoro abbassano il livello dei salari a quello dei paesi dai quali provengono, provocando un’ulteriore fuga dela manodopera locale da quei lavori. E’ un circolo vizioso. E’ solo una piccola parte del problema, ma è un fenomeno interessante.

A proposito di diritto invece, l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, parlando di come la criminalità organizzata sia un freno per l’economia e lo sviluppo, ha ricordato una cosa molto semplice ma che sembra sfuggire a (quasi) tutti coloro che si cimentano sul tema dei possibili rimedi alla criminalità. Per decidere se compiere un crimine o meno, il delinquente guarda a probabilità di essere scoperto e intensità della pena: ma la componente fondamentale è la prima! Che senso avrebbe preoccuparsi di essere condannato all’ergastolo, se la probabilità di essere arrestato fosse vicina allo zero?

In altre parole: non serve a niente inasprire le pene, come sento dire ormai per qualsiasi cosa, dai writers agli immigrati irregolari; quello che serve è garantire la certezza della pena.

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13 Maggio 2008

Savo: la metropoli assetata

foto di desi.italy su flickr

 

La mancanza d’acqua.

Ne parlavamo come fosse un problema del futuro. Anche chi non era tanto egoista da pensare che sarebbe stato un problema dei figli dei nostri figli e che non ce ne saremmo dovuti preoccupare, mai avrebbe immaginato che invece il pericolo si sarebbe manifestato fin da ora.

Barcellona è all’asciutto.

Per far fronte alla situazione, stamattina ha avuto inizio il piano d’emergenza studiato per salvaguardare la vita della metropoli catalana: un ponte navale con cisterne colme d’acqua in arrivo da Tarragona e Marsiglia.

Costo: 22 milioni di euro al mese.

Questo il rimedio temporaneo, dal prossimo autunno verrà inaugurata una tubatura da 180 milioni di euro approvata da Zapatero, che preleverà l’acqua dall’Ebro e la immetterà nell’acquedotto della città, tra le mille polemiche sollevate da Aragona e Valencia, che vorrebbero la loro parte d’oro blu. La guerra dell’acqua è ufficialmente iniziata.

info su: El Pais, The Indipendent, ANSA

by Savo

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13 Maggio 2008

Una vera violazione della privacy

foto di jeexer su Flickr

 

In Cile un hacker ha messo su Internet i dati personali di 6 milioni di persone. Diffusi nomi, indirizzi, numeri di telefono, indirizzi email, numeri di carta d’identità…

Info su El Pais, Herald Tribune

[via Stefano Quintarelli]

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13 Maggio 2008

Dillo dovunque ma non in TV

 

In merito alle polemiche seguite a queste dichiarazioni di Marco Travaglio: sottolineo che non mi è piaciuto il giornalista nella parte in cui parla di lombrichi e muffe. Quelli sono insulti che si poteva risparmiare, anche perchè nessuno poteva rispondergli (essendo lui il solo ospite).

Ma per quanto riguarda il resto delle sue affermazioni, non capisco perchè è stato sollevato questo polverone: Travaglio ha espresso una sua opinione, citando dei fatti di cui è a conoscenza. Perchè dire che c’è qualcuno che vuole “minare il dialogo“? 

Perchè non semplicemente dire che i fatti esposti da Travaglio sono tutti inventati di sana pianta? Sarà certamente così, è il Presidente del Senato Schifani non avrà nulla da temere, vero? Perchè non entrare nel merito della questione? Forse davvero perchè era la sede sbagliata: finchè una cosa resta sui libri nessuno se ne preoccupa troppo, ma la TV la guardano tutti…

C’è di buono che Schifani ha querelato Travaglio, e di solito nelle aule di giustizia non si guarda alle dichiarazioni politiche, ma ai fatti: se questi sono realmente accaduti, verrà accertato una volta per tutte.

E pensate che Travaglio mi sta pure abbastanza antipatico.

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11 Maggio 2008

Esportare la democrazia

 

Non sarà il caso di invadere la Birmania?

La proposta è stata lanciata dal periodico Time, forse con intento provocatorio, ma di sicuro con l’obiettivo di fare riflettere su una semplice questione: perchè si pretende di esportare la democrazia solo in alcuni Paesi? Se vogliamo dirla tutta, gli iracheni sotto il regime di Saddam stavano meglio dei birmani sotto il potere della giunta militare che li governa.

E allora perchè l’Iraq è stato liberato dai nostri eserciti? Perchè era un presunto pericolo per noi, e perchè possedeva alcuni dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo. Ma ufficialmente per liberarlo dall’oppressione di un dittatore.

Perchè la Birmania no allora? Perchè sul suo territorio non ci sono materie prime, perchè non minaccia in alcun modo la nostra sicurezza, e perchè ha alleati molto, molto potenti (la Cina).

Ovviamente nessuno invaderà mai la Birmania, e sarebbe anche sbagliato farlo. Ma è giusto porsi il problema di cosa fare se la giunta militare continua a rifiutare l’ingresso nel Paese di aiuti internazionali. Gli Stati Uniti hanno subito chiarito che non prenderanno alcuna iniziativa senza il permesso del governo locale; il governo tedesco starebbe valutando la possibilità di un intervento umanitario anche senza permesso; il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner chiede al consiglio di sicurezza dell’Onu di autorizzare le squadre di aiuto ad entrare nel Paese, in nome della “responsabilità di proteggere”, sancita dall’Onu nel 2005; numerosi osservatori (in primis l’ex direttore dell’agenzia umanitaria US AIDAndrew Natsios) hanno suggerito di paracadutare aiuti direttamente sul territorio, per evitare che cadano nelle mani dell’esercito.

In un Paese sconvolto, dove persino la geografia è stata cambiata dalla tempesta, se gli aiuti non arrivano in fretta fame ed epidemie potrebbero causare più morti di quante ne abbia fatte il ciclone stesso; purtroppo il diritto internazionale è materia molto delicata e ancora non si è stabilito quali siano le condizioni per giustificare un intervento (armato o non) in altri Stati. Così, per ora la discriminante rimane una sola: l’interesse nazionale.

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9 Maggio 2008

Servi di chi?

ilriformista.it

 

La notizia del ciclone che ha colpito la Birmania in Italia ha avuto questa accoglienza (Mercoledì 7 Maggio):

 

  • Corriere della Sera: nemmeno una riga in prima pagina.
  • Repubblica: nemmeno una riga in prima pagina.
  • Il Giornale: nemmeno una riga in prima pagina.
  • Libero: nemmeno una riga in prima pagina.
  • Il Riformista: nemmeno una riga in prima pagina.
  • Il Sole 24 ore: richiamo nell’elenco di notizie “Panorama”.
  • Il Messaggero: richiamo in taglio basso in prima pagina su tre colonne.
  • La Stampa: richiamo in prima pagina su una colonna.

 

Solo il Manifesto la riporta come notizia di apertura. Nelle edizioni online, in questo momento la notizia è al 9° posto su corriere.it, al 4° su repubblica.it e su unita.it, al 6° posto su lastampa.it.

Forse il problema della stampa italiana non è l’asservimento a chissà quali poteri occulti, ai partiti e alla finanza come dice Grillo, ma semplicemente l’asservimento alle ferree e ciniche regole del mercato (proprio quello a cui Grillo vorrebbe affidare tutto). La stragrande maggioranza dei lettori non ha interesse e curiosità per ciò che sta appena fuori dal loro piccolo orticello. E così i giornalisti non rischiano di avventurarsi fuori di questo, perchè gli esteri “non vendono” ed è molto più facile continuare ad occuparsi delle scaramucce di partito, della presunta emergenza sicurezza e della formazione dell’Inter.

 

[via Giglioli-L'Espresso]

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6 Maggio 2008

Sequestri di serie B

 

Il 3 maggio era la Giornata mondiale per la libertà di stampa, per ricordare i tanti giornalisti uccisi o imprigionati, i tanti reporter che rischiano la vita ogni giorno, in tutto il mondo, per difendere il loro diritto di raccontare le notizie. Quello si che sarebbe stato il giorno adatto per una manifestazione a favore della libertà dell’informazione.

Ma sembra che noi (e non solo italiani) ci ricordiamo delle cose solo quando ci toccano da vicino: e quindi ci indignamo, protestiamo, lottiamo e preghiamo quando rapiscono un giornalista del nostro Paese. Gridiamo il nostro orrore ed il nostro disprezzo per i terroristi, barbari, criminali che fanno questo ad un nostro concittadino. Ci rallegriamo quando viene liberato, e lo accogliamo in Patria con tutti gli onori del caso.

Ma voi avete per caso sentito che il 1 maggio è stato liberato, dopo 6 anni di prigionia, un cameraman della televisione araba Al-Jazeera, Sami Al Haj? Nessuno in Occidente si era preoccupato della sua sorte, tranne le solite organizzazioni come Amnesty International e Reporter sans frontieres.

Il giornalista fu rapito nel dicembre 2001 in Pakistan, poi portato a Bagram, in Afghanistan. Li passò “i sedici giorni peggiori”della sua vita: rinchiuso in una gabbia all’aperto, torturato e minacciato. Da lì fu trasferito di nuovo, questa volta a Kandahar, nel sud del Paese. Lì i maltrattamenti continuarono: gli furono strappati i capelli e la barba, fu molestato sessualmente e percosso, e non gli fu addirittura permesso di lavarsi per 100 giorni, affinchè i pidocchi lo tormentassero nei momenti di pausa degli aguzzini.

A giugno 2002, Sami venne trasferito in un luogo segreto fuori dall’Afghanistan, dove fu torturato ancora con percosse, privazione del sonno; gli fu fratturato un ginocchio e durante i maltrattamenti gli venne inferta una profonda ferita al viso, ricucita poi malamente e senza anestesia.

Perchè di lui non si sa nulla? Forse perchè i suoi rapitori non si sono fatti pubblicità, magari con un bel video? Forse perchè era l’inviato di una televisione un po’ scomoda e ritenuta inaffidabile come Al-Jazeera? Forse perchè è originario del Sudan, considerato uno stato-canaglia?

Forse è perchè i suoi rapitori non portavano la Kefia e non brandivano coltellacci, ma indossavano l’uniforme dell’esercito degli Stati Uniti. E il luogo dove è stato rinchiuso per 6 anni era Guantanamo, non una grotta afghana. Mica si può dare dei barbari e terroristi agli alleati americani, impegnati ed esportare la democrazia.

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5 Maggio 2008

Il giorno del giudizio

 

A Napoli è fissato per il 5 luglio prossimo. Da quel giorno in poi la Campania non riuscirà più a far fronte alla produzione quotidiana di spazzatura. Non riuscirà più a smaltire nuovi rifiuti, che si accumuleranno nelle città, col caldo torrido dell’estate a chiudere il cerchio, per uno scenario da incubo. Come se già ora la situazione non fosse disperata: centinaia di tonnellate di spazzatura ancora sulle strade e nuovi roghi ogni giorno, in attesa dell’apertura di una discarica a Chiaiano, dove peraltro i residenti manifestano contro il progetto.

[Parentesi sui cittadini e i comuni che protestano contro tutto e tutti. In Italia non si riesce a fare niente senza proteste; qualsiasi progetto, che sia un inceneritore, una discarica, un rigassificatore, una ferrovia, un'autostrada, viene osteggiato fino alla morte da qualcuno. Capisco che nessuno vorrebbe il suo territorio occupato da qualcosa che inquina o è dannoso, ma credo che bisognerebbe calmarsi e cercare di pensare di più al bene comune. Chiusa parentesi.]

Il commissario (stra)ordinario De Gennaro ha approvato il progetto della discarica di Chiaiano sottolineando che questa, con una capienza di 700.000 tonnellate, servirà per tamponare l’emergenza e accoglierà i rifiuti “tal quali”. Ora, capisco che la situazione non ha altra via d’uscita e questa è solo una soluzione appunto d’emergenza, ma mi sembra che si continui con la politica delle discariche: facciamo un buco nel terreno e ci mettiamo dentro tutto. Così si che la Campania diventerà davvero una terra invivibile e pericolosa.

La discarica deve essere solo una soluzione residuale, dove depositare i materiali non riciclabili o smaltibili in altro modo. Per il resto, si deve sviluppare una coscienza diversa del problema, sia i politici che la popolazione devono collaborare per creare una nuova mentalità: si deve fare la raccolta differenziata, si devono produrre meno rifiuti.

Non so dire quale delle due parti abbia più colpe in questo senso, se la politica o la società. Certo è che per molti anni si sono succeduti una serie di “commissari straordinari”, abili solo nel gestire i fondi a loro disposizione e non a risolvere i problemi; ma dall’altra parte, non mi sembra ci sia stata esattamente  una sollevazione popolare per protestare contro questa manifesta incapacità (o disinteresse).

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4 Maggio 2008

A scuola di economia

 

Giusto per non farci mancare niente, ne abbiamo anche per Obama: anche lui dovrebbe ripassare un po’ di economia. Il senatore dell’Illinois ha infatti presentato, qualche mese fa, un disegno di legge chiamato abbastanza enfaticamente “Patriot Employer Act“, con l’obiettivo di difendere i lavoratori americani dalla concorrenza dei Paesi in via di sviluppo.

Se approvata, la legge prevederebbe sgravi fiscali per le aziende che:

 

  • non diminuiscano la quota di lavoratori americani a favore di quelli stranieri, e mantengano gli impianti negli Stati Uniti
  • paghino un salario minimo superiore a quello attuale
  • prevedano piani pensionistici e assicurativi per i loro impiegati
  • mantengano un atteggiamento neutrale nei confronti della scelta di iscriversi a un sindacato

 

Questi sono i punti salienti della proposta. Purtroppo questa si dimostra assolutamente inadeguata a combattere le sfide lanciate dai Paesi emergenti come la Cina e l’india all’economia occidentale. Per diversi motivi: il primo punto è inapplicabile, le aziende americane appalterebbero il lavoro ad aziende estere e i lavoratori non sarebbero formalmente dipendenti della casa-madre. La risposta dei datori di lavoro all’innalzamento del salario minimo sarebbe semplicemente una riduzione delle assunzioni. Anche l’aumento delle spese “accessorie” di previdenza sociale avrebbe lo stesso effetto sul costo del lavoro, e quindi sull’occupazione. Solo l’ultima proposta non avrebbe conseguenze negative, anzi sarebbe giusto che ognuno fosse libero di scegliere se aderire o meno a un sindacato.

Questa proposta segue la strada protezionistica additata da molti in occidente come la via per la salvezza dall’invasione orientale (in Italia dal nostro prossimo Ministro dell’Economia Tremonti). Ma è a mio avviso quanto di più sbagliato si possa fare: il protezionismo non serve a nessuno, e il processo di integrazione economica mondiale sembra destinato ad essere inarrestabile. L’unica risposta positiva che possiamo dare alla delocalizzazione delle attività produttive è la riconversione delle nostre economie.

In Asia producono a ritmi folli? A costi irrisori? Bene, lasciamo che lo facciano, se sono più bravi di noi. Noi dovremo fare quello che loro non hanno ancora, cioè l’altra parte del processo produttivo: innovazione, ricerca, high-tech, design, creatività: in una parola, specializzazione. Per fare questo ci vogliono infrastrutture, investimenti, ma soprattutto una diversa mentalità. Ci vorrebbe anche del tempo, per metabolizzare il cambiamento, ma non ne abbiamo, vista la velocità con la quale crescono le economie orientali.

[via lavoce.info]

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